La recensione di A Way Out

Un'esaltante avventura narrativa esclusivamente per due giocatori

Ci sono alcune tipologie di giochi pensate per essere gustate in solitaria. Solitamente l'approccio a un bell'action adventure in terza persona, o ad un'avventura dinamica, richiede un paio di cuffie e un cartello con su scritto "non disturbare" affisso sulla porta del salotto. Nessuno vieta la presenza di una modalità multigiocatore cui dedicarsi una volta conclusa la trama principale. Ma appunto: trama e comparto multiplayer restano perfettamente distinguibili, separati tra loro. Far Cry 4 ci ha insegnato che questa distinzione non è così netta, e che una narrazione vissuta in due ha il suo perché. Josef Fares (il papà di Brothers: A Tale of Two Sons) ha invece sperimentato una strada diversa, ancora più estrema: un'esperienza impossibile da giocare da soli, un titolo che richiede in ogni momento la presenza del Giocatore Due accanto a noi. Anche virtualmente, tramite comparto online. A Way Out, pubblicato da EA, corona il sogno di Fares: l'idea di un'avventura dinamica pensata per essere giocata in coppia, dall'inizio alla fine. E dimostra chiaramente che funziona, al prezzo di qualche piccolo dettaglio meno convincente degli altri.

LA VIA DI FUGA

Nel menù iniziale di gioco è possibile selezionare se A Way Out andrà giocato in locale o tramite la modalità cooperativa online. Noi abbiamo completato l'avventura con un familiare fisicamente presente accanto a noi dall'inizio alla fine, ma abbiamo anche provato ad invitare in una nostra sessione di gioco un amico online. EA ha infatti pensato bene di dare la possibilità a chi possiede il gioco di permettere a chiunque nella propria lista amici di entrare nella partita, senza necessariamente essere costretto ad acquistarlo a sua volta: un punto a favore importante. Prima di cominciare da zero la narrazione, o riprendendola da uno qualsiasi dei capitoli già sbloccati, i giocatori possono scegliere chi dei due impersonerà Leo, e chi invece Vincent. Sono loro i protagonisti di A Way Out. Detenuti in un carcere di massima sicurezza nell'America degli anni '70, sono stati sbattuti dentro per ragioni diverse. Chiariamo: non sono i classici eroi positivi che ci aspetteremmo. Leo e Vincent hanno dei precedenti penali alle spalle, ma non tali da giustificarne la prigionia in una simile struttura di massima sicurezza. Proseguendo nella narrazione apprendiamo quindi che in realtà sono stati entrambi incastrati da un terzo criminale, molto più pericoloso di loro due messi assieme. Leo e Vincent, che inizialmente non si conoscono, faranno amicizia poco a poco durante le fasi iniziali dell'avventura, fino a progettare assieme la grande fuga... e poi la dovuta vendetta.

La narrazione di A Way Out è quella di un buon thriller: fasi esplorative si alternano con altre caratterizzate da azione, scontri e corse frenetiche, mantenendo alto l'interesse per la trama fino alla sua conclusione. L'idea di fondo è quella di permettere ai giocatori di proseguire senza troppi problemi, ma il livello di difficoltà è uno dei pochi aspetti della produzione che non è riuscito a convincerci. Non esistono modalità più o meno complesse, e la maggior parte delle situazioni del titolo può essere semplicemente risolta con semplici ragionamenti, banali meccaniche di trial and error, o aguzzando la vista. Probabilmente si è scelta questa strada per consentire davvero a qualunque coppia di completare il titolo, dato che la maggior parte degli sforzi verranno impiegati per riuscire a coordinarsi anche nelle situazioni più concitate. A parte il livello di difficoltà, comunque, A Way Out è un titolo fresco, originale e divertente. Gli sviluppatori hanno affermato in un'intervista che non ci saremmo mai trovati due volte di fronte alla stessa situazione, ma in realtà le meccaniche di base sono sempre quelle: si esplora l'ambiente di gioco interagendo con i personaggi secondari, che di tanto in tanto ci danno qualche dritta utile, si interagisce con gli oggetti tramite Quadrato e si termina l'azione in corso con Cerchio.

Sono soprattutto le fasi stealth a ripetersi in modo simile, ma è anche vero che si è cercata la varietà quasi in ogni momento, pensando a quali spunti interessanti poteva offrire un determinato ambiente e quali invece sarebbero risultati "già visti". Il titolo di Fares è un'enorme calderone di idee: nel corso delle circa sei ore richieste per portare a termine l'avventura, ci siamo ritrovati a fare un po' di tutto. Ci siamo nascosti in un carrello della lavanderia del carcere, mentre Leo ci trasportava fuori senza farci riconoscere; armati di gruccia ci siamo lanciati su un cavo teso per passare da un edificio all'altro, come nei migliori film d'azione; abbiamo pescato con la fiocina, acceso un fuoco e suonato il banjo attivando un vero e proprio minigioco alla Guitar Hero. Sono tanti piccoli dettagli che arricchiscono il piacere della scoperta, e al tempo stesso potenziano la varietà delle situazioni offerte dal titolo.

LA COORDINAZIONE È TUTTO

Magari state pensando: "attivo il secondo controller Dualshock e mi godo l'avventura di A Way Out in solitaria". In fondo in tanti giochi la presenza del secondo giocatore è semplicemente un "di più", quando in realtà l'azione può essere svolta semplicemente da uno solo dei due. A Way Out non funziona così: la coordinazione è fondamentale, e un amico fisicamente presente nella stanza può davvero fare la differenza rispetto ad uno online. Perché ci si può parlare, si può stabilire un piano d'azione, e lo si può realizzare, tutto con estrema immediatezza. A Way Out, in ogni suo aspetto, è pensato per farci collaborare. C'è un attrezzo su quel tavolo che potremmo utilizzare per la fuga, ma è sorvegliato dalle guardia. Allora Leo può attirarle con un qualsiasi pretesto, magari semplicemente lamentandosi del mal di testa; nel frattempo Vincent può sgattaiolare fino al tavolo e rubare l'oggetto. Questa è la situazione più semplice: ce ne sono altre che richiedono riflessi più pronti. Per esempio, di punto in bianco, una cutscene può introdurre una perquisizione, e allora bisogna velocemente passare di mano un cacciavite, senza farsi vedere. Le fasi stealth sono quelle più ragionate, e permettono una serie di approcci diversi. Possiamo nasconderci durante l'evasione nell'erba alta, dall'inizio alla fine, evitando i fasci di luce. Oppure, se siamo più pratici, mettere KO una dopo l'altra le guardie e camminare a testa alta.

I punti di salvataggio sono estremamente generosi, e l'intelligenza artificiale non è poi così sveglia: lo abbiamo già detto, avremmo preferito qualche stimolo in più. Le scazzottate vere e proprie, dentro e fuori dal carcere, seguono la meccanica QTE: al momento giusto dobbiamo eseguire i comandi a schermo, altrimenti vedremo un filmato in cui veniamo stesi e dovremo ricominciare da capo. Non abbiamo evidenziato particolari difetti in A Way Out: il titolo ci ha convinto, dimostrandosi divertente, a tratti esaltante, e proponendo comunque un'esperienza originale. I limiti sono dovuti principalmente alla presenza (necessaria) dello split-screen. Alla visuale ci si abitua, ma per non perdersi nulla di quanto sta accadendo a schermo a volte si rischia di diventare strabici per guardare contemporaneamente sia noi che l'altro protagonista. Perché molto spesso Leo e Vincent non si trovano neppure nella stessa stanza, soprattutto durante le fasi iniziali. Non aiuta sicuramente il fatto che il titolo sia sottotitolato in italiano, ma non doppiato: immaginate di dover leggere i dialoghi tra i due comprimari, quando le battute di ognuno di esse vengono visualizzate nella propria schermata di gioco. Se interpretiamo Vincent, dovremo spostare lo sguardo ora alla nostra finestra, ora a quella di Leo quando è il suo turno di parola, in un crescendo spesso frustrante. Anche perché i dialoghi arricchiscono molto un'avventura dinamica come A Way Out, forniscono retroscena e caratterizzano i personaggi. Non convince neppure troppo la modalità in cui le schermate dei giocatori si trasformano in rettangoli orizzontali, al momento delle cutscenes e delle cinematiche. Quando si fondono in una sola finestra va più che bene: sono i momenti più importanti della trama. Ma quando una resta in split screen verticale e l'altra diventa orizzontale, non è di certo un bel vedere.

A Way Out è un'avventura da vivere in compagnia di un amico o di un familiare, dall'inizio alla sua conclusione. Meglio se i due giocatori sono presenti nella stessa stanza: la capacità organizzativa, lo scambio di opinioni e le risate condivise sono parte dell'offerta del titolo EA. Le situazioni proposte dalla trama sono il più possibile varie, e molto spesso si rivelano convincenti, divertenti e originali. C'è qualche glitch grafico che va corretto (probabilmente con le prossime patch), ma la qualità complessiva dell'immagine è davvero soddisfacente anche su PS4 Standard, senza subire le ripercussioni tecniche dello schermo condiviso. Se avete sempre amato Fuga da Alcatraz e apprezzate la avventure dinamiche, dovreste fiondarvi in negozio. Anche perché il prezzo proposto è davvero onesto.

VOTO 7.8

PRO
  • L'idea della cooperazione funziona perfettamente

  • Situazioni quasi sempre diverse tra loro

  • Graficamente appagante

CONTRO
  • Davvero troppo semplice

  • Qualche piccolo glitch grafico

  • Disposizione dello split screen spesso fastidiosa

#Recensione #AWayOut #EA

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